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La Gagliarda Under 10 di calcio a 5 alle Finali Nazionali del CSI a Lignano Sabbiadoro!!

Posted by Il Presidente on 26 maggio 2010 , under , | commenti (0)



LA GAGLIARDA UNDER 10 DI CALCIO A 5
ALLE FINALI NAZIONALEI DEL CSI A LIGNANO SABBIADORO!!



Dal 27 al 30 maggio prossimi i nostri "terribili" bambini della Gagliarda under 10 di calcio a 5 saranno a Lignano Sabbiadoro, in provincia di Udine, a giocarsi il titolo nazionale della categoria durante le Finali Nazionali dei Campionati del Centro Sportivo Italiano.
Dopo le esaltanti vittorie ottenute nelle fasi provinciali e regionali, i nostri piccoli gagliardi andranno in Friuli a rappresentare la Regione Marche per la categoria under 10 di calcio a 5, incontrando squadre di tutta Italia.
Ho personalmente incontrato ieri sera nel corso
dell'ultimo allenamento i nostri bambini e molti dei loro genitori in attesa di riportarli a casa: ho ringraziato i genitori per la fiducia che continuano a riporre in noi e nella nostra opera educativa (li abbiamo convinti, senza problemi, ad affidarci i loro figli per quattro giorni per stare a più di 500 km da casa!!). I bambini? Vi posso garantire che sono eccitatissimi e contentissimi di questa bella esperienza che si aprestano a vivere, vederli giocare insieme è uno spettacolo e se sono arrivati a questo punto è solo perchè si sono uniti sempre più tra loro formando una vera squadra di amici, sempre pronti a sostenersi ed incoraggiarsi, soprattutto nei momenti di difficoltà come per esempio nell'utima partita vinta ai rigori dopo una fantastica rimonta nelle finali regionali di Tolentino.
La squadra è composta da: Sirico Riccardo, Succi Leonelli Alex, Collina Luca, Cincirpini Luca, Caselli Nicola, De Angelis Claudio, Di Paolo Giacomo, Malavolta Niccolò e Magliulo Matteo. I bambini saranno guidati nella quattro giorni in terra friulana come sempre dal nostro "special one" Fabio Consorti, dal valido assistente Valerio Addazi e dal sottoscritto. Ci accompagneranno anche il babbo del nostro portierone Riccardo, l'eroe di Tolentino, il babbo ed il fratellino di Luca Cinciripini e ci verrà a salutare per due giorni Fabrizio, il babbo di Niccolò.
Andiamo a divertirci, è questo il motto di questa trasferta che ci apprestiamo a vivere, andiamo a giocare e a divertirci, indipendentemente dal risultato che otterremo sul campo: sono comunque sicuro che i nostri bambini sapranno farsi valere giocando alla grande come hanno sempre fatto!!
Quindi...FORZA GAGLIARDA!!
Andrea Falcioni

TEMA MEETING 2010

Posted by LORETS on 25 maggio 2010 , under | commenti (0)



TEMA MEETING 2010




Cari amici,
questo post è per invitare già da adesso tutti voi al Meteting di Rimini. Questo evento è molto a cuore a noi della Gagliarda in quanto è una bella occasione per incontrare i nostri amici sparsi per il mondo, ascoltare bellissime conferenze e visitare bellissime mostre.
Consiglio a tutti di venire. Inoltre quest'anno la nostra Gagliarda avrà l'occasione di portare la mostra intitolata "Un diavolo di campione, un angelo di uomo – L’avventura umana di Gino Bartali".
Insomma una bella occasione per far conoscere ancora di più la figura di quel grande uomo di Ginettaccio.
Per maggiori informazioni su cosa è il meeting e cosa troverete quest'anno potete visitare il sito:http://www.meetingrimini.org/


Meeting per l’amicizia fra i popoli
XXXI edizione
22-28 Agosto 2010, Rimini Fiera



“Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore” è il titolo della XXXI edizione del Meeting. Parole che riecheggiano quelle che Albert Camus fa pronunciare all’imperatore Caligola nel suo celebre dramma: “ho provato semplicemente una improvvisa sete di impossibile…ho bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità”. In ogni uomo, di qualsiasi razza, cultura, religione, tradizione alberga questo desiderio di cose grandi, di qualcosa di infinito. Un’aspirazione che l’uomo in tante occasioni tende a trascurare e a dimenticare, complice innanzitutto una certa mentalità che lo considera solo come il risultato di una casualità chimico-biologica o al limite di un processo evolutivo.
Si respira una cultura che tende a cancellare “l’umanità dell’uomo”, il “mancamento e voto” espresso da Leopardi nello Zibaldone. Il rischio è quello che si affermi una concezione puramente materialistica della vita. La provocazione contenuta nel titolo afferma invece il contrario. La natura dell’uomo è innanzitutto il suo cuore che si esprime come desiderio di cose grandi. Il motore di ogni azione umana è questa aspirazione a qualcosa di grande, l’esigenza di qualcosa di infinito. L’uomo è rapporto con l’infinito. E’ questa tensione il tratto inconfondibile dell’umano, la scintilla di ogni azione, dal lavoro alla famiglia, dalla ricerca scientifica alla politica, dall’arte all’affronto dei bisogni quotidiani.
Il Meeting cercherà di documentare come nella realtà di oggi sia innanzitutto necessario partire dall’umanità di ogni persona, facendo dei bisogni e dei desideri degli uomini l’anima delle scelte grandi e di quelle quotidiane. Anche perché solo questo è il punto che accomuna tutti gli uomini ed è pertanto l’inizio anche di un reale dialogo tra i popoli.
L’uomo che considera seriamente la sua umanità è colui che non è mai domo e soddisfatto e che affronta la vita con l’attesa di qualcosa di grande. Scrive Cesare Pavese: “Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?”. L’attesa è la struttura stessa della natura umana, l’essenza dell’anima. I grandi desideri e le grandi aspirazioni non sono un ostacolo o qualcosa che complica l’esistenza, ma sono ciò che rende l’uomo irriducibile
proprio perché essi sono il segno del suo rapporto con l’infinito.


Sane letture sportive: da Avvenire.it del 16/05/10 "Michelotti, il Verdi del fischietto".

Posted by Il Presidente on 19 maggio 2010 , under | commenti (0)



Per la nostra rubrica "Sane letture sportive" pubblichiamo un altro bell'articolo tratto sempre da Avvenire.it, questa volta di domenica 16/05/10 dal titolo "Michelotti, il Verdi del fischietto". Ringraziamo per la segnalazione Marco Pellei, nostro esponente della Gagliarda Rugby.

Michelotti, il Verdi del fischietto
di Massimiliano Castellani

Per capire il calcio, metafora della vita e specchio di questo Paese, bisogna avere la fortuna di imbattersi in un arbitro. Ma in uno di quelli veri, di una volta, che innanzitutto vestivano di nero e non di giallo, arancione o fucsia, come fanno adesso. Un signore che alla domenica lasciava il lavoro, moglie e figlie, chiudeva l’officina di riparazioni e dopo aver percorso mille chilometri in auto, «su e giù per la Cisa», si presentava in uno stadio zeppo di gente, con al massimo una telecamera piazzata, ma tante radioline accese, sintonizzate su Tutto il calcio minuto per minuto . Noi quell’arbitro l’abbiamo ritrovato: è il signor Alberto Michelotti di Parma, classe 1930. La sua è una storia da romanzo popolare, che non a caso è appena diventato un libro ( Dirige Michelotti da Parma. Vita e passioni di un grande arbitro , prefazione di Gianni Mura, Mup editore), scritto dalla penna breriana di Claudio Rinaldi. La storia di un italiano, di un parmigiano d’Oltretorrente, cresciuto nel borgo degli Arditi del popolo, «dove neppure le camice nere di Farinacci e le truppe di Italo Balbo riuscirono ad entrare». Razza Miclòt, «I Michelotti in pramzàn – parmigiano – che è la mia prima lingua», gente tosta, grintosa, «da sempre in trincea», venditori di frutta al mercato della Ghiaia, e caldarrostari davanti al Teatro Regio. Alberto e i suoi fratelli, contagiati dalla febbre d’Opera dai nonni Napoleone e Marietta, sono cresciuti all’umile corte di mamma Elsa «di Brabante», che ai figli aveva dato solo il suo cognome, Michelotti. E per questo a scuola, Alberto subì la più grave e indelebile delle umiliazioni. «Il maestro Lazzari non accettava che la mia famiglia fosse antifascista, così in classe davanti a tutti mi diede del 'bastardo'… Mia madre, donna straordinaria, quando lo seppe si fece giustizia da sola, a colpi di zoccolo.Ma da quel giorno la mia vita cambiò…». Fine prematura dell’infanzia e dei ricordi di scuola – «ho fatto la terza in treno» – e addio al sogno di diventare un oboista diplomato al conservatorio. «Mi ritrovai ad essere il capofamiglia. C’era bisogno di portare i soldi a casa e quelli me li procuravo con il lavoro all’officina, più qualche spicciolo giocando a calcio».Inizia con la squadra degli Stimmatini, la Frassati, arriva in C con il Borgotaro e poi chiude con la Folgore a Piadena. Sudore dalla fronte, grasso sulle mani, ritto e steso in buca nell’officina avviata con il socio Gino Bolzoni, poi alla soglia dei trent’anni, la «vocazione arbitrale».Direzioni sanguigne, di polso e spettacolari come la volta che a Governolo, nel mantovano, l’ultimo pallone finì nel Po e di slancio si tuffò a recuperarlo per poi continuare ad arbitrare bagnato fradicio. Tra tanti fischi, pochi applausi, bottiglie in testa e invasioni di campo arrivò in serie A diventando come Togliatti, «il migliore».«Senza l’aiuto di nessuno, sono arrivato in cima, mantenendo fede anche in campo ai princìpi che mi aveva trasmesso la mia famiglia: onestà, rispetto, coraggio, educazione e soprattutto non provare mai invidia per nessuno». Ma il segreto che alla fine degli anni ’70 lo aveva reso il numero 1 al mondo era il dialogo, rigorosamente in dialetto, con Riva come con Pelè. «Oltre al dialogo, non nego che avessi una direzione fisica, i miei spintoni leggendari, mandavano in bestia il capo degli arbitri di allora, Campanati, che puntuale mi rimbrottava: 'Alberto, tieni giù quelle mani'…». Ma quelle manone da meccanico gli servivano a tenere a bada la rabbia di giganti come il tedesco Hrubesch, che durante un Amburgo-Real Madrid osò affrontarlo.«Con uno spintone lo feci girare come una trottola. Ogni volta che lo incontro mi dice divertito: 'Alberto sto ancora girando'...». Una domenica la mano in fuorigioco fu quella del presidente del Torino Pianelli: «Venne a protestare negli spogliatoi. Lo invitai ad uscire, ma furioso insisteva e alla fine lo spinsi fuori, richiusi con forza la porta, ma la sua mano rimase incastrata e dal dolore cadde svenuto…».Gioie e dolori con Michelotti. Amato e temuto dai campioni dell’epoca, dal silente Zoff al «Bonimba» Boninsegna, «finita la partita con lui si andava a cena». Rispettato e vezzeggiato da tipi come Paolino Pulici, che quando gli fischiava un fuorigioco di troppo, civilmente protestava: «Stavolta ha stonato Don Carlo». La seconda identità con cui Michelotti è conosciuto a Parma è infatti Don Carlo. «Dal ’72 sono uno dei membri del Club dei 27, in cui ogni adepto incarna un’opera di Giuseppe Verdi». Il suo fischio era verdiano anche in campo, acuto e più intenso di quello alla pecorara del Trap, che per zittirlo doveva ricorrere alla minaccia bonaria, in parmigiano: «Donca Giovanèn. A gh’è do cozi da fàr: o a taz zò a’t vè fòra.Decida», tradotto: «Giovannino. Ci sono due cose da fare o stai zitto o vai fuori.Decidi». Trapattoni sbottava in una risata e la cosa finiva lì. «Perché allora tra arbitro e giocatore si stabiliva un rapporto di reciproco rispetto. Certo c’erano le teste un po’ più calde, i tuffatori alla Chiarugi (coniò il 'chiarugismo') o i furbetti alla Roberto Bettega, che brontolava sempre, ma appena si accorgeva che stavo per estrarre il rosso, pronto giustificava: 'No guarda, stavo appunto dicendo: Roberto perché ti lamenti? Alberto è bravo e sicuramente ha ragione'…. E poi i contestatori indefessi, come Gianni Rivera». Per niente «abatino» nei suoi confronti, quando nella stagione 1971­’72 concesse al Cagliari un rigore dubbio che costò lo scudetto al Milan. «Rivera me ne disse di tutti i colori e si beccò due mesi e mezzo di squalifica, così per tre anni non ci siamo più parlati. Poi un giorno Nereo Rocco pretese che facessimo la pace». Oggi Rivera pensa ancora che quel rigore non ci fosse, ma di Michelotti sottoscrive: «Aveva autorità, ma non è mai stato sopra le righe. Se una partita doveva finire zero a zero, con lui finiva zero a zero. Con Concetto Lo Bello – il 'tiranno di Siracusa' – magari uno a uno…». Michelotti era presente ma discreto, «mai casalingo», al punto da rischiare il linciaggio in un Roma-Inter del 7 dicembre del ’72, in cui dopo un rigore concesso ai nerazzurri successe il finimondo e Silvio Bastinelli, il 27enne tifoso romanista che lo aggredì, venne arrestato. Era un calcio che dava i primi segnali preoccupanti violenza e di corruzione. Nell’80, quando ormai era al termine della carriera, scoppiò il primo scandalo Calcioscommesse. «Quell’anno a Casablanca, fui chiamato a dirigere Marocco-Algeria, gara di qualificazione per le Olimpiadi di Mosca, e successe di peggio. Un noto inviato di giornale mi avvicinò alla vigilia della partita e mi disse: 'Deve far vincere il Marocco, altrimenti non manderanno più una goccia di petrolio all’Italia…'. Quel signore si ritrovò a girare come Hrubesch... L’Algeria vinse 4-0, mandò in crisi il Marocco, ma il petrolio in Italia continuò ad arrivare regolarmente». E fino ai 50 anni suonati in campionato e ai 67 nella «Coppa Pelè» in Brasile, altrettanto regolarmente l’arbitro Michelotti ha continuato a scendere in campo, svolgendo una funzione che dal suo racconto sembra lontanissima parente di quella attuale. «Pur essendo stato additato erroneamente come 'mister rigore', io fischiavo al massimo tre-quattro volte a partita, oggi siamo ad almeno 60-70 segnalazioni, con minimo otto ammoniti e due espulsi. Il dialogo si è perso e questo anche perché purtroppo gli arbitri sono diventati professionisti.Un male, oggi guadagnano 300mila euro l’anno, noi avevamo 80mila lire di diaria giornaliera che salivano a 120mila per le partite internazionali.Perciò se alla domenica lasciavi la famiglia per andare ad arbitrare, con il rischio di prenderle pure, lo facevi solo ed esclusivamente per passione». La stessa che metteva nei referti, che da sgrammaticati e approssimativi si fecero sempre più letterari, grazie alla frequentazione assidua a Luzzara di Cesare Zavattini e al consiglio di Gianni Brera di «annotare tutto su dei taccuini – così mi diceva – ti ricorderai sempre di una persona o di una storia interessante». Ecco, abbiamo fatto lo stesso, con la storia singolare di un italiano che è stato anche un arbitro di calcio, orgoglioso delle partite che ha diretto e delle sfide quotidiane che continua ad affrontare. «Il calcio mi ha dato tutto, partendo dal nulla, ma tenendo sempre a mente l’insegnamento più importante che mi diede mia madre in una notte di Natale di tanto tempo fa, in cui eravamo così poveri e senza neppure un regalo da scartare che ci veniva da piangere. Allora lei ci strinse forte tutti e quattro intorno a sé e ci disse: 'Ricordatevi, noi siamo i più ricchi e i più forti, perché ci vogliamo bene'.Aveva ragione». Rivera: «Aveva autorità, ma non è mai stato sopra le righe. Se una partita doveva finire zero a zero, con lui finiva zero a zero. Con Concetto Lo Bello magari uno a uno».
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Una bella cena in nome del volley...e dei salami!!

Posted by LORETS on , under | commenti (0)




Cari amici,
ieri sera la squadra over 18 mista di pallavolo si è ritrovata presso la nostra sede a Casa San Francesco di Paola (Grottammare) per cenare insieme e degustare anche i salami vinti al torneo di volley del CSI San Basso di Cupra Marittima.
Ebbene, dovete sapere che a questo torneo la nostra mitica squadra si è classificata al 3° posto vincendo 3 splendidi salami, 2 bottiglie di vino ed un bel trofeo.
Quindi abbiamo deciso di organizzare una bella cena per gustarci il premio tutti insieme!

Sane letture sportive: da Avvenire.it del 29/04/10 "I ragazzi del «sor Tonelli» - Il miracolo del Laurentino".

Posted by Il Presidente on 17 maggio 2010 , under | commenti (0)



Per la nostra rubrica "Sane letture sportive" pubblichiamo oggi un bell'articolo tratto da Avvenire.it del 29/04/10 dal titolo "I ragazzi del «sor Tonelli» - Il miracolo del Laurentino". Ringraziamo per la segnalazione Francesco D'Ercoli, nostro esponente della Gagliarda Ciclismo.
Per chi vuole leggere l'articolo direttamente dal sito Avvenire.it, ecco il link da cliccare: http://www.avvenire.it/Cronaca/I%20ragazzi%20del%20sor%20Tonelli%20Il%20miracolo%20del%20Laurentino_201004290808118230000.htm

I ragazzi del «sor Tonelli» - Il miracolo del Laurentino

C’è un pezzo di terra rubato 25 anni fa ai palazzinari e al cemento, nel cuore del Laurentino 38. È
proprio un fazzoletto verde, con un po’ di giardino, un campo di calcetto e uno di pallacanestro. Continua con un lembo di terra diventato orto, poi sotto c’è una "marana", uno di quei laghetti un po’ pozzanghera di Roma in cui anni fa morì annegato anche un bambino. Questa, alla fine di via Paolo Buzzi, è la «Polisportiva Joyce», che però i ragazzi di questo rione grande come una città chiamano i «Campi di Tonelli». Lui, Alfredo Tonelli, non ha mai capito perché i ragazzi lo chiamano per il cognome. «A Tonè!», dice appunto un ragazzo che entra dal cancello, è il primo ad arrivare. Gli stende il cinque. «Questo è pure russo!», dice Tonelli presentando Kirill. Il ragazzo, intanto che arrivano gli altri, tira calci a un pallone, sotto gli occhi di Isco e di Shiva, due cani che in qualche modo, come i ragazzi del Laurentino 38, hanno avuto una famiglia difficile. Tonelli, che cosa ha fatto? «Ho "cosato" – dice schietto – e ho preso anche loro». I due cani – ci assicura – abbaiono solo quando qui entra un estraneo». E infatti ecco un abbaiare, ma poco convinto. Tonelli li tranquillizza: «Boni! Sta con me».Alfredo Tonelli, che oggi ha 66 anni, è rimasto vedovo. Qui la moglie Giuseppina gli dava una mano. Adesso i due figli, Andrea e Adriano, l’aiutano in questa straordinaria impresa che finanzia togliendo qualcosa alla pensione di tranviere. Per 20 anni ha condotto gli autobus che, sempre gonfi di gente, scivolano lungo la Laurentina. «Venni qui da San Paolo, – dice Tonelli, che ogni tanto si interrompe per salutare quelli che arrivano alla spicciolata – e qui sembrava un altro monno. ’Anvedi, semo tornati a 50 anni fa, coi regazzini che camminavano con le ciavatte ai piedi». "Sor" Tonelli (e chiamiamolo dunque anche noi così!) viene dalla scuola dei Giuseppini del Murialdo che tanta attenzione hanno sempre dedicato ai giovani: giunto al Laurentino per prima cosa pensò a loro. Veniva su quella cooperativa, che poi gli ha dato casa e, aiutato dagli altri soci, ha creato questo piccolo miracolo in mezzo al cemento. «Una volta – racconta – un ragazzo mi chiese: ’A Tonè, ma Gesù chi è? E allora mi resi conto che chiedevano aiuto, perché sono ragazzi ai quali nessuno ha mai dato nulla, e sono capaci di commuoversi anche solo se gli regali un paio di guantoni per giocare in porta». Sono più di duecento i ragazzi che frequentano questa singolare polisportiva, così povera che non ha nemmeno la corrente elettrica, perché anche a Tonelli nessuno ha mai dato nulla. Vanno da un’età compresa dagli otto a... «nun se sa» – come dice lui –, perché continuano a passare di qui quelli che una volta erano ragazzini e adesso portano i figli. Al Laurentino non c’è altro posto dove andare. Anche la sua casa è diventata di fatto "casa famiglia" per le situazioni più difficili: i ragazzi che scappano di casa. Quelli che lo chiamano di notte e gli dicono: «A Tonè, so’ scappato da casa, perché papà me mena. ’Ndo vado?» Lui risponde: «E dove voi annà, fijo mio, vieni a casa, no?».Molti dei ragazzi che giocano nelle squadre create per i tornei del Laurentino (c’è la Colombo, per la strada che corre là vicino, e la Nottingham Forest, ma non si sa perché si chiama così) hanno una storia difficile: genitori separati, qualche papà in galera e poi anche droga e violenza. Ce n’è abbastanza per esplodere, per lasciarsi andare e abbandonarsi a tutto. Qualcuno stava per caderci, perdersi e morire, come finire in una "marana" fatta con il fango del malessere e dell’abbandono. Lo hanno salvato i quattro calci dati a un pallone con una maglietta della Roma sognando di essere Totti che dribbla Samuel, tira e fa goal. Poi i ragazzi gli dicono grazie, ma non è questo che conta per Tonelli: «Conta che, "cosando" qui, non hanno fatto una brutta fine». Una volta sereni, e basta un pallone per far felice un ragazzino, nascono le domande come quella su Gesù. Tonelli li affidava una volta a padre Gianni Passacantilli che adesso è parroco in una chiesa a San Lorenzo: «Quanto è bravo. Solo che è d’a Lazzio. Che ci vuoi fare!?» Don Gianni ha dato a molti la prima comunione, li ha portati alla cresima e qualcuno anche al matrimonio, partendo dalla risposta alla domanda: «A Tonè, ma Gesù chi è?».Tonelli li ha visto crescere, diventare grandi nel rispetto di sé e degli altri. Li ricorda tutti, ma per lui tutti si somigliano, come questi che arrivano adesso dal cancello: «A Toné, come butta?». Per 365 giorni all’anno passati così, a Tonelli è stato conferito il premio Leonardo Murialdo «Una vita per la gioventù», perché – dice la motivazione – «usa tutta la sua dolcezza e la sua pazienza per orientarli a una vita civile e onesta a far riscoprire la dignità e il rispetto, i valori morali e religiosi, l’ideale della famiglia e della patria». E questo spiega anche il tricolore in mezzo al campetto. «Toné, mettemo quella d’’a Roma», chiedevano gli uni. «Tonè – lo strattonavano gli altri – mettemo quella d’’a Lazzio». Lui srotolò questa bandiera e disse: «No, noi mettemo questa, perché prima de tutto semo italiani».
Giovanni Ruggiero

Siamo vicini alla nostra Maria Rita Voltattorni

Posted by Il Presidente on 05 maggio 2010 , under | commenti (0)



Tutta l'Associazione Sportiva Gagliarda Sambenedettese si unisce con cordoglio e profonda partecipazione al dolore che ha colpito la famiglia della nostra giocatrice di pallavolo della squadra di 3° divisione Maria Rita Voltattorni per la tragica ed improvvisa scomparsa del caro babbo Francesco, avvenuta la notte tra il 4 ed il 5 maggio in seguito all'affondamento in mare, a poche decine di metri dalla costa di Grottammare, del motopeschereccio Iris del quale era il comandante. Nel Santo Rosario di stasera presso la nostra sede di Casa San Francesco a Grottammare pregheremo per l'anima di Francesco e per i suoi familiari, duramente colpiti da questa tragedia.
Il Presidente
Andrea Falcioni

SERATA TUTTA PALLAVOLO

Posted by LORETS on 01 maggio 2010 , under | commenti (0)



Ciao a tutti,

volevo raccontarvi di una bellissima serata tutto stampo "Gagliarda"che c'è stata il 21-04-2010.

In questa data si è tenuta la semifinale dei play-off della serie A1 maschile (Lube vs Trento) a Macerata ed alcune delle nostre ragazze con le loro allenatrici sono andate per tifare la Lube.




Queste sono splendide occasioni per condividere una bella serata e appassionarle ancora di più ad uno sport a cui tengono.

La lube quella sera ha perso 3 set a 2 ma è stata una bella partita e per noi è stato un bello spettacolo di tecnica e gioco di squadra. Sicuramente uno spettacolo così avrà acceso nelle nostre ragazze ancora di più la voglia di giocare e dare il massimo nei loro allenamenti.

Durante la partita abbiamo scattato delle foto che vi riportiamo per farvi capire la bellezza che le azioni (alzate, schiacciate, muri, ricezioni...) legate a questo sport trasmettono. Per noi il rivederle ci fa ricordare quella bella serata che vogliamo condividere in piccola parte con voi.



























Dopo la partita abbiamo conosciuto più da vicino i giocatori (veramente altissimi) facendoci firmare un nostro pallone e facendo con loro delle foto.

Quella partita non avrebbe avuto lo stesso gusto se non eravamo tutte insieme.



La partita la troverete raccontata a questo link:
http://www.cronachemaceratesi.it/?p=20283